Le problematiche della certificazione in gravidanza: il parere del clinico

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Relazione della dr.ssa Francesca Valli
Ginecologa

Definizioni

Per certificazione in gravidanza si intende

  • la certificazione di stato di gravidanza con riferimento all’ultima mestruazione e alla data presunta del parto;
  • la certificazione di gravidanza a rischio che permette alla paziente di essere esentata dal lavoro nel momento stesso della certificazione
  • la certificazione obbligatoria al settimo mese data in cui la paziente per legge smette di lavorare fino ai tre mesi dopo il parto. Da alcuni anni è possibile lavorare anche l’ottavo mese per riprendere poi dopo quattro mesi sempre previa certificazione del ginecologo.

La certificazione in gravidanza pone al ginecologo vari problemi. Da molti anni in Italia la scelta di una gravidanza per le donne è una scelta complicata. Infatti la media si attesta su un figlio per donna.  Lo studio, la ricerca di un lavoro, la necessità della sicurezza economica hanno spostato in avanti l’età della prima e spesso unica gravidanza rendendo tale evento pieno di aspettative, ansie e paure. L’aumento della sterilità e quindi l’avvento delle tecniche di PMA, di cui abbiamo testimonianza nella nostra città sia nel pubblico che nel privato hanno aumentato il numero di coppie per cui la gravidanza è un evento prezioso.

Sempre più abbiamo davanti pazienti che vivono la propria gravidanza come evento unico, irripetibile . La paura di abortire o di avere delle complicanze è uno stato d’animo molto comune nelle pazienti gravide.
Ci troviamo quindi di fronte  a richieste di maternità anticipata spesso dettate da paure non reali verso la propria attività lavorativa.  Inoltre non dobbiamo dimenticare che il mondo del lavoro è  da sempre, nella maggior parte dei casi, ostile alla donna in gravidanza. Sono gli stessi datori di lavoro che richiedono alla gravida di ottenere la maternità anticipata appena vengono a conoscenza del loro stato.

Quindi le richieste sono molto precoci, già nel primo trimestre di gravidanza.

Ma come si definisce una gravidanza a rischio?

E’ un concetto molto vago se non si possiede una sfera di cristallo. O vi sono patologie preesistenti gravi, difficile in donne sane e gravide, o bisogna fidarsi della sintomatologia che riferisce la paziente.

  • Sintomatologia inficiata spesso dalla paura o addirittura dalla volontà di avere in mano il famoso certificato.
  • Sintomatologie come dolori continui al basso ventre, nausee con lipotimie, insonnia, sciatalgie ingravescenti sono clinicamente indimostrabili.
  • Ci si mette poi il datore di lavoro che incita la paziente a richiedere la maternità anticipata anche quando potrebbe ottenere una maternità per lavoro a rischio nei casi previsti dalla legge.
  • La frase più comune è  “dovrei spostarti in un altra mansione che devi imparare, poi chissà quante volte starai in malattia. Proprio non mi conviene, preferisco che ti faccia mettere in gravidanza a rischio”.

Difficile quindi, anche se penso che tutti i ginecologi ci provino, tentare di convincere la paziente a lavorare. In più vi è in tutti noi l’idea non so se veritiera, che l’ispettorato del lavoro può, se la richiesta è troppo precoce, inquisire il ginecologo certificatore.

Quindi vai con la malattia fino alla fine del primo trimestre e poi finalmente il certificato di gravidanza a rischio. Tutto ciò è poco serio e lasciato alla volontà, al senso civico e alla responsabilità del ginecologo senza linee guida valide.

Tenete presente che a richiesta della gravida che lamenta dolori imprecisati il rifiuto di un certificato e il possibile aborto della paziente potrebbe avere serie complicanze medico legali.

Credo che qualcosa dovrebbe cambiare. O si getta la spugna e amen che vadano tutte quelle che vogliono in gravidanza anticipata anche dal secondo giorno di ritardo con test positivo (mi è stato chiesto varie volte) senza inquisizioni dell’ispettorato oppure che si renda la questione più seria.

Si potrebbe istituire una commissione dell’ispettorato del lavoro che decida caso per caso o con una relazione in carta libera del ginecologo che segue la paziente, relazione che può essere accettata o respinta oppure con  una autocertificazione della paziente che riporta le motivazioni che le impedirebbero l’attività lavorativa.

Inoltre le disposizioni legislative italiane hanno creato un grande solco tra medici liberi professionisti e medici convenzionati con il SSN.

E’ paradossale che un ginecologo libero professionista non possa certificare una gravidanza a rischio o per l’INPS anche solo uno stato di gravidanza o un certificato che permetta l’attività lavorativa fino alla fine dell’ottavo mese e che la paziente debba essere inviata a un collega “convenzionato” che esercita poi anche privatamente nel suo ambulatorio esattamente come il libero professionista.

Praticamente tutti i ginecologi convenzionati hanno anche attività privata. Dovrebbero quindi sdoppiarsi e certificare solo in orario di lavoro? Una vera ipocrisia. Aggiungo anche demenziale.  Ho sempre creduto che per l’Ordine professionale competente per gli aspetti deontologici della professione non vi sia alcuna differenza tra medici convenzionati e liberi professionisti e che nel nostro Paese esista la libertà di scelta per il paziente e la libertà di cura secondo scienza e coscienza per il medico.

Si pensi poi alle difficoltà che si impongono alle pazienti costrette a girare tra ospedali e consultori per mendicare una firma ma ancora di più alla difficoltà di comprendere perchè il ginecologo a cui si è scelto di affidare la salute propria e del proprio bambino non può nemmeno certificare che è gravida.

E il perchè è talmente lesivo della dignità del medico libero professionista che è difficile anche da dire. Infatti non vedo altra spiegazione se non che lo Stato – uno Stato che ai miei occhi appare  illiberare e inquisitore, tipico dei regimi totalitari – l’INPS e l’Ispettorato del lavoro pensano che il libero professionista sia incapace, corruttibile o disonesto  E’ per questa ragione che chiedo ufficialmente in questa sede che l’Ordine di Reggio si faccia portavoce di quanto suddetto e crei una commissione che possa produrre un documento da inviare al ministero della Salute all’INPS e all’Ispettorato sia locale che regionale che nazionale.